lunedì, 30 luglio 2007, ore 22:41

Leggo le tue parole e le confondo
con le voci della vita...
Spesso ho sbagliato, te ne chiedo scusa
ma la notte non può non succedere il giorno,
come chiedere alla rosa
di non ferire la mano che la stringe?
Vivo soffocata dal mio Io
caotico e fragile
e non sempre riconosco
chi incontro sul mio cammino...
Ti sono amica.
(A Ivan)
pensato e scritto oggi da Camil
commenti (1)¦ commenti (1)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : poesia

venerdì, 20 luglio 2007, ore 11:11

Ti guardo e perdendomi nella mia memoria
riesco a trovare la mia mente
Ti rincorro cercando di non lasciarti cadere
e forse non ci riesco né ci riuscirò mai.
Le tue mezze frasi e i tuoi occhi spalancati
sul buio di un’esistenza
possono essere uno dei miei tanti ritratti,
per questo non ti posso abbandonare.
Ti conosco e conosco la paura
della follia e della saggezza
che danza in te, ora.
E ti capisco,
non sei pazzo, sei solo vivo
e questa forse è la vera follia.
pensato e scritto oggi da Camil
commenti (4)¦ commenti (4)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : poesia

mercoledì, 18 luglio 2007, ore 15:12

Vedo corpi strappati dai propri sogni
e occhi che danzano
Vedo giovani amanti abbandonati
che vagano nella notte della città
inseguendo l’amore perduto
nelle musiche dei pianobar e
negli sguardi dei venditori di caldarroste.
Vedo gli Amanti
attraversare la città scappando dal
proprio destino per andare ad incontrarlo;
vedo i loro sogni trasformarsi in realtà
e la loro fine delinearsi nelle musiche
della notte.
E il loro futuro
bruciare
come un cerino in una stanza affollata.
pensato e scritto oggi da Camil
commenti (3)¦ commenti (3)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : poesia

martedì, 10 luglio 2007, ore 11:14

Tu sei la mia catena e la mia libertà,
sei il sonno che mi avvolge la sera
e l'aurora che il mattino mi desta,
sei tutti i prati e i campi,
le luci e le canzoni.
Sei le parole sussurrate a mezza voce
e le grida nel cuore della notte.
Sei il ruscello e la tempesta,
la sabbia fine e lo scoglio,
sei il vento e sei l'onda.
Sei l'uomo che amo e il fratello che mi culla,
sei il mio tutto e il mio niente.
Sei la dolce morte che mi avvolge mentre
facciamo l'amore
e la dolcezza che mi nuota dentro
quando ti guardo.
A te, mia realtà e sogno, dono queste
effimere parole e l'oscurità del mio animo.
pensato e scritto oggi da Camil
commenti (3)¦ commenti (3)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : poesia

mercoledì, 04 luglio 2007, ore 14:07

Sono passati cinque anni da quella notte.
Cinque anni persi dietro ad un sogno, senza essere in grado di portare a termine un solo progetto.
Cinque anni.
Quante cose cambiano in cinque anni.
Cinque anni fa ero un ragazzo biondo, con qualche aspettativa e nessuna paura...cinque anni fa.
Ed ora...ora sono un malato terminale che non sa nemmeno se il giorno dopo riuscirà a vedere il sole e a sentire l'oroscopo alla radio.
Cinque anni di cure, medicine, terapie che servono solo ad illudermi inutilmente...Merda!
E adesso lui mi chiama. Alza il telefono e fa il mio numero.
Così, un giorno qualsiasi...esattamente cinque anni e tre mesi dopo che ci siamo conosciuti. Esattamente cinque anni e due settimane da quando ho scoperto di avere l'AIDS.
E lui, così bello e dolce come lo ricordavo. Con la sua voce calda e l'accento buffo, da straniero...lui che adesso è andato "alla toilette" e mi ha lasciato qui al tavolo in mezzo a un'altra decina di coppie. Eterosessuali.
Lui che ho amato come nessun altro...lui che ha saputo aprirmi il cuore come mai nessuno prima aveva saputo fare.
Lui coi suoi capelli neri e lo sguardo caliente.
Miguel mio Unico Vero Amore.
Tu che in un battito di ciglia hai saputo donarmi l'Amore e la Morte, Eros e Thanatos...
Già, sembra incredibile, ma lui con la sua giacca grigia e i suoi capelli neri come la pece, come l'inferno, come i sogni più nascosti...lui che ora mi sorride mentre si accende una sigaretta...lui mi ha attaccato l'AIDS.
Cinque anni ho atteso il suo ritorno.
Cinque anni in cui ho fuggito ogni rapporto personale.
Cinque anni in cui il mio corpo tormentato fremeva nel letto per il desiderio di una carezza, di una voce.
Ed ora è qui.
Di fronte a me.
Che sorride e già immagina che stanotte faremo l'amore.
Già, perchè Noi Questa Notte Faremo l'Amore.
A casa mia, avvolti nelle coperte come due cuccioli
Noi Faremo l'Amore.
Usciamo dal ristorante.
Saliamo in macchina.
Miguel guida attraverso la notte come dovesse distruggere un nemico.
Sento di amarlo come non mai.
Saliamo in casa. Lui sull'ascensore mi bacia, gli carezzo i capelli. Dei gioielli d'ebano.
Entriamo.
Miguel mi stringe e il mio corpo si unisce al suo. Mi bacia, mi sfiora come avesse paura di rompermi. La sua voce nel buio mi sussurra parole d'amore. Tocco la sua pelle morbida e penso che l'unico motivo per cui Dio ha creato il mondo è quello di aver immaginato lui.
Miguel dorme ora, sembra un bambino. I capelli mossi gli ricadono sul viso, lo bacio su una spalla. Lo bacio ancora. Lo bacio per l'ultima volta.
Tra pochi istanti mi alzerò dal letto, andrò in cucina e prenderò il coltello che tengo nel secondo cassetto a destra, tornerò in camera, mi avvicinerò al mio Amore e lo ucciderò.
Non guardatemi in quel momento, vi prego, probabilmente starò piangendo e questo non si addice a un assassino.
Io, che ho sempre lottato per poter essere diverso, per una volta, una sola, desidero essere uguale agli altri.
Fragile ed estremamente Confuso.
pensato e scritto oggi da Camil
commenti (6)¦ commenti (6)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : racconti, cinque anni

domenica, 01 luglio 2007, ore 09:47

Ricordo la tua voce
che si alzava verso il cielo,
solo ieri ridevamo insieme
sdraiate sotto un albero ed ora...
so poco di te,
forse vorrei di più o forse no,
so che una nuova vita ti sorride,
una piccola vita, bionda come te
e so che sei felice,
tanto basta.
Porto un tuo dono al collo
e il tuo ricordo nella mia anima.
Sul muro, sopra al mio letto
ci sono le tue parole, spesso le rileggo
e mi giro credendoti accanto a me.
Non ti vedo ma forse ci sei
e sorridi mentre mi guardi.
Mi manchi Robi
ma sono felice di vederti
volare libera
nei folli cieli inglesi.
pensato e scritto oggi da Camil
commenti (3)¦ commenti (3)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : poesia

venerdì, 29 giugno 2007, ore 14:18

Davide camminava per la strada.

La nebbia nascondeva tutto, le case, le strade, i negozi; nascondeva quel quartiere sempre uguale e forse riusciva a renderlo un po' speciale, un po' misterioso, anche agli occhi di Davide che ci viveva da sempre e che lo odiava.

Si, Davide odiava quel quartiere, quei palazzi alti, quelle strade buie...suo nonno, prima di morire, gli diceva sempre che prima (ma prima quando?) al posto degli uffici c'erano prati, c'erano fossi...

«Noi bambini li saltavamo e prendevamo le rane»

...c'erano i campi, gli alberi da frutto...ma Davide non ci credeva, lì c'erano solo i palazzi degli uffici e il supermercato.

Lì non c'erano prati e mai ci sarebbero stati.

Non c'erano bambini che correvano. C'erano solo bambini che rubavano autoradio, bambini che picchiavano i più deboli, dodicenni freddi e calcolatori, quattordicenni tossici...come potevano ridere i bambini dove ora altri bambini giocano con la morte?!

Era tutto un sogno del nonno, un delirare geriatrico, una fissa da arteriosclerotico. Davide non ci credeva, non poteva crederci. Era nato, viveva e sarebbe morto nel grigio, nell'asfalto, nell'infido e gelido ventre della periferia.

Davide si siede sul muretto dei giardini dietro la fermata dell'autobus, aspetta Sandra, la sua ragazza. E’ in ritardo, è sempre in ritardo...si accende una sigaretta.

Non c'è nessuno ai giardinetti. Il cartello con sopra scritto parco-giochi è stato strappato, adesso giace sul prato come uno strano fiore...

«Sta' meglio così in fondo» pensa Davide mentre getta via la sigaretta «Anche i giochi sono rotti, alcuni anche bruciati; non c'è mai nessuno su quei giochi. Sono dei giochi morti»

Era tutto morto nel quartiere. Anche le persone, sempre di fretta, sempre nervose, sempre prese solo a fare soldi. Davide di soldi non ne aveva molti, erano in sei in casa, suo padre era in cassa integrazione da due anni, sua madre si spaccava la schiena a fare pulizie negli uffici, due fratelli disoccupati, l'altro spazzino, pardon, operatore ecologico e lui studente, si, lui studiava, studiava ma per cosa?!

«Studio da disoccupato» pensa e un sorriso amaro si pone sul suo viso. A lui piace studiare, non è una secchia, no, a scuola ha appena la sufficienza, non è quello; gli piace sapere le cose, gli piace parlarne. Solo...non ha nessuno con cui farlo.

Sandra arriva in mezzo ad un gruppo di amiche, sono tutte uguali: stessi vestiti, stesso taglio di capelli, stesso tono di voce e stesso cervello.

Si, uno in sei, se lo passano a turno. Ora è il turno di Sandra.

Le amiche decerebrate si siedono su una panchina, Sandra avanza verso di lui.

Si siede sul muretto. «Ciao.»

«Ciao.»

Toni annoiati, voci da vecchi: hanno diciotto anni.

Sono seduti e parlano. No, non insieme, parlano e basta.

Davide parla del tempo che fa schifo, Sandra parla della nuova boy band in circolazione.

Davide parla del quartiere che fa schifo, Sandra parla di vestiti.

Davide parla della sua vita che fa schifo, Sandra parla dell’ultima edizione del Grande Fratello.

Davide se ne va, Sandra continua a parlare.

Davide cammina ancora per il quartiere.

E’ sera ormai, dalle finestre si sente rumore di piatti, di famiglie riunite per la cena, di sigle televisive, sono le otto.

Tutto il mondo si rimbambisce davanti al più gettonato programma di quiz dell'Universo, presentato dal solito ipocrita ultranovantenne col sorriso smagliante e il parrucchino.

Davide non ce la fa più. Davide si sente solo. Davide è solo!

Sale su un autobus, non ha il biglietto, è normale.

L’autobus parte, Davide guarda il quartiere e si giura di non tornarci mai più, non lo farà, come al solito.

Davide deve fuggire, si sente male.

Sull'autobus non c'è quasi nessuno: una vecchietta, due ragazze, un barbone. Ed è il barbone ad avere lo sguardo vivo, l'unico è lui.

Davide vorrebbe chiedergli qualcosa ma questi scende e s'allontana nella nebbia.

Daniele guarda lo schermo del computer, rilegge le ultime frasi del suo libro, si alza...si sente strano.

Scrivere di Davide, dell'Italia del 2006 gli ha messo addosso una malinconia assurda.

«Non so se ho fatto bene, forse non avrei dovuto accettare»

Parla della proposta di Max, il suo editore. Avevano trovato il diario di Davide, ancora scritto su carta, un reperto, e Max gli aveva proposto di scriverci sopra un romanzo. Aveva accettato. Ma aveva fatto bene?! Scrivere di quel ragazzo di due secoli prima lo rendeva inquieto...la solitudine di Davide, la sua fragilità, la violenza dell'epoca in cui viveva lo lasciavano stordito.

Tornò nello studio.

Rilesse gli appunti che aveva tracciato mentre leggeva il diario di Davide, gli altri punti che avrebbe dovuto toccare col suo romanzo: il razzismo, la corruzione, la povertà, l'inquinamento, le guerre, il...

Daniele si alza di nuovo. Perché lui, affermato scrittore, si lascia coinvolgere emotivamente dalla storia di quel ragazzo?! Forse perché pensa a suo figlio Mattia, di dieci anni, e sente che se fosse nato due secoli prima avrebbe tranquillamente potuto essere Davide...

Daniele entra nella camera di suo figlio, questi dorme coi riccioli che si posano sul cuscino ad ogni respiro, Daniele lo bacia, torna nello studio. Guarda lo schermo del computer, non se la sente; non riesce più a scrivere di Davide, c'è troppo dolore, troppa indifferenza intorno a lui.

Daniele non può accettare che la società di due secoli prima sia stata così crudele con un ragazzo...improvvisamente prende una decisione: il suo non sarà più un romanzo storico sociale; no, sarà un romanzo di fantasia; nel suo romanzo Davide non sarà un disoccupato, non vedrà i suoi amici rovinarsi con la droga inseguendo chissà quale sogno, Davide non morirà a ventisette anni di Aids. No.

Davide avrà la possibilità di una nuova vita in un mondo diverso dal suo, in un mondo dolce, in un mondo dove ciò che conta sarà l'uomo, non il potente.

Daniele darà a Davide l'occasione che questi non ha mai avuto.

Cade la pioggia sulla Grande Città, Daniele si siede al computer e comincia a scrivere...

...Davide dal passato lo ringrazia.

pensato e scritto oggi da Camil
commenti (9)¦ commenti (9)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : racconti, occasione

venerdì, 29 giugno 2007, ore 09:09

Ha appena finito di nevicare e il cielo è così terso da sembrare irreale; Martino cammina lentamente, beandosi del manto ovattato che sembra aver ricoperto tutto il paese. Sotto la neve, Castellazzo sembra uno di quei borghi da cartolina, con i tetti ricoperti dalla neve e i camini, dentro le case, accesi a rischiarare le finestre. Quell’anno ha fatto molto freddo e la neve ha cominciato a cadere solo verso la fine di Febbraio. Martino ne era felice, la neve gli era sempre piaciuta e lo aiutava a sentirsi un po’ meno malinconico.

Mentre procede verso casa dell’Annina, ripensa agli avvenimenti successi durante l’estate e a come le cose, in paese, fossero cambiate da allora.

Gli omicidi della Chiarina e del Riccardo della Ca’ Matta avevano sconvolto profondamente gli abitanti di Castellazzo e, per molto tempo, la tranquillità che, prima, si era soliti respirare in paese non era stata che un vago ricordo. Ora sembrava che le cose stessero un po’ migliorando: la gente pareva tornare a sorridere come faceva prima di quei terribili fatti; come se, il passare del tempo avesse cancellato, almeno in parte, l’orrore provato da tutti nello scoprire che, tra di loro, si nascondeva un feroce assassino.

Nicola, subito dopo le esequie di Don Nino, era tornato in Francia con la moglie e nessuno ne sapeva più nulla; la casa della Chiarina era stata messa in vendita, tramite un notaio, ma nessuno l’aveva ancora acquistata.

Don Sabino, profondamente turbato per quanto era successo, aveva deciso di partire missionario e, in paese, era arrivato un nuovo parroco; nessuno gli dava molta confidenza, però.

Sandro era partito a fine Settembre per Madrid; ogni tanto scriveva, decantando a Martino le bellezze dell’Erasmus e delle ragazze spagnole. Aveva promesso che sarebbe tornato a Maggio, per il matrimonio tra lui e Sara, e Martino ci sperava proprio; era il suo testimone.

Sergio e l’Annina non avevano mai partecipato a quella famosa cena a base di lasagne; tornando da casa del padre, Sergio si era sentito male per l’ultima volta ed era spirato poco dopo essere arrivato in ospedale.

Anna non era più tornata a Castellazzo, fino ad ora. Un’ora prima lo aveva chiamato, avvertendolo del suo arrivo, e lui era uscito, in fretta e furia, per precipitarsi da lei.

Martino accelera il passo; ormai casa dell’Annina è di fronte a lui e ha davvero voglia di rivederla, dopo tutto quel tempo.

Il cancello è accostato e lui entra nel cortile; la cinquecento bianca di Anna è parcheggiata al solito posto e Martino sorride, felice.

Bussa e la ragazza gli apre la porta, sorridendo, bella come non mai. Non gli lascia tempo di dire nulla e gli si getta al collo, scoppiando a piangere. Martino la tiene stretta, carezzandole dolcemente i capelli.

Quando, finalmente, sembra essersi calmata, Martino la scosta lentamente da sé e, tenendola per le mani, la osserva da capo a piedi, incredulo, sentendo una corrente di gioia pura attraversarlo come una scossa elettrica.

Se possibile, la ragazza è ancora più bella; i capelli rossi sciolti le incorniciano il viso, facendo risaltare gli occhi, verdi come smeraldi. Indossa un paio di jeans e uno dei maglioni preferiti di Sergio, che, per quanto le stia largo, non riesce a nascondere il pancione sottostante.

Martino scoppia a piangere, commosso. «Oh Anna, mio Dio…»

Lei gli sorride, raggiante.

Entrano in casa, Martino si siede sulla prima sedia che gli capita nelle vicinanze. «Oh Anna, è così bello! Quando prima mi hai parlato di una sorpresa, non immaginavo…»

Anna sorride, accarezzandosi il ventre. «Ho fatto in tempo a dirglielo, sai? Era così felice…»

Restano in silenzio; Martino seduto, Anna in piedi accanto a lui, mano nella mano. E per un attimo, quando i loro sguardi si incrociano di nuovo, pieni di gioia, è come se, nella stanza, ci fosse anche Sergio, insieme a loro.

Parlano ininterrottamente per tutto il pomeriggio, raccontandosi a vicenda gli ultimi mesi; lasciando che il dolore scivoli via, lontano da loro; bandito dalle loro voci emozionate che si rincorrono senza sosta per la stanza.

Si dimenticano persino di cenare, tanta è la gioia di essere di nuovo insieme ad affrontare la vita, uniti come sempre, mentre fuori si scatena il temporale e la pioggia li nasconde al mondo, quasi a volerli proteggere; forgiando un rifugio solo loro, dove poter sanare in pace le proprie ferite.

Tacciono per un istante, senza smettere di guardarsi, poi Martino sorride, mentre sussurra piano all’Annina: «A volte, quando piove, ho la sensazione che Sergio sia lì, proprio accanto a me; come se, alzando gli occhi, potessi incontrare di nuovo i suoi occhi castani che mi fissano sorridenti.» Allunga lentamente una mano e la poggia con dolcezza sul ventre di Anna. «Ancora qualche mese e poi, chissà, magari accadrà davvero.»

pensato e scritto oggi da Camil
commenti (9)¦ commenti (9)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : romanzo, ultima estate

venerdì, 29 giugno 2007, ore 09:08

Sergio siede in giardino su una vecchia panca, guardando il crepuscolo colmare il cielo di Castellazzo con mille differenti tonalità purpuree. È uscito dall’ospedale quasi da due settimane ormai e da allora, ogni sera, si mette seduto in giardino, aspettando l’istante in cui il tramonto deciderà di manifestarsi di nuovo, in tutta la sua incredibile magnificenza.

Ormai gli resta davvero poco e non vuole rischiare di perdere nemmeno un attimo di quel meraviglioso miracolo che è la vita. È come se ogni tramonto, ogni fiore, ogni raggio di sole che incontra il suo sguardo, potesse donargli un secondo di più; potesse rimandare, anche di poco, il momento in cui i suoi occhi smetteranno di vedere, il suo cuore di battere e la vita comincerà a scivolare via da lui a poco a poco, trascinando la sua anima in un tacito oblio senza ritorno.

Inaspettatamente, ogni giorno che passa, l’idea della morte lo spaventa sempre meno; come se sentisse che la sua vita è stata abbastanza anche così.

«Ho seguito i miei sogni senza indugi, ho sbagliato senza possibilità di appello, ho amato senza chiedere nulla in cambio, ho avuto paure, ho avuto sorrisi, ho avuto milioni di risate; ho avuto affetti, e nemici, che non mi hanno mai abbandonato; ho avuto giornate no, in cui il mondo sembrava avermi preso di mira, e giornate sì, in cui una divinità benefica sembrava avermi in palmo di mano; ho avuto notti senza fine, canzoni e poesie indimenticabili; ho avuto buoni libri da leggere e buon vino per dissetarmi; ho avuto un grande amore che ha guidato la mia vita e buoni amici con cui condividere i pensieri; ho avuto grandi soddisfazioni e delusioni cocenti…ho avuto tutto quello che ho sempre desiderato avere, e se anche vivessi mille anni ancora, la mia vita non potrebbe essere più compiuta di quanto già non sia in questo preciso momento.»

Martino attraversa il cortile e gli si siede accanto; Sergio gli sorride, indicandogli il tramonto che, a poco a poco, si oscura, lasciando il posto alla sera.

Martino sorride a sua volta. «È bellissimo, oggi.»

Rimangono in silenzio qualche minuto, gli occhi di entrambi fissi sul cielo cangiante, poi Martino comincia a parlare; è troppo difficile per lui restare in silenzio accanto all’amico.

«Mi ha chiamato Sara prima; venerdì, dopo l’esame, prende il treno e arriva. Si ferma qui fino all’inizio delle lezioni. Tu e Anna invece quando partite?»

«Domani mattina. Ho provato a insistere ma non vuole sentire ragioni; si è messa in testa che devo assolutamente andare a trovare mio padre.»

Martino tentenna. «Beh dai, non ha tutti i torti.»

Sergio scoppia a ridere. «Lo so, lo so benissimo. Solo che, da quando i miei si sono separati, i rapporti tra me e mio padre sono praticamente inesistenti. Non ce l’ho con lui, per carità; ha una nuova vita, una nuova moglie, dei nuovi figli, fa benissimo a viverla il più intensamente possibile. Lo farebbe chiunque al suo posto, io per primo. Torniamo lunedì al massimo, però.»

Martino sospira, pensieroso. «Guarda il cielo, si è già fatto scuro; si vede proprio che è già cominciato l’autunno.» Si interrompe per un attimo poi prosegue, con voce tremante. «È appena finita la nostra ultima estate insieme, ci pensi? Ancora non riesco a crederci…»

Sergio gli cinge le spalle. «Ci penso, ci penso in continuazione. L’ultima di tante estati passate uno al fianco dell’altro, fin da quando eravamo piccoli…eri un bambino proprio musone, sai?»

L’amico sorride, malgrado le lacrime che gli scorrono sul viso. «Ha parlato quello che diventava rosso ogni volta che doveva entrare in negozio a chiamarmi, manco mio padre fosse Barbablù.»

Si cercano con gli occhi, commossi. Dopo un po’, Martino si volta verso la casa dove Anna sta finendo di preparare la cena.

«Eravamo proprio due bambini sfigati, menomale che c’era l’Annina a difenderci dai ragazzini più grandi.»

Sergio scoppia a ridere. «Già, era davvero una peste. In paese non c’era nessuno che facesse a botte così spesso; era proprio un bellissimo maschiaccio…già allora ne ero perdutamente innamorato.»

Martino acconsente. «Me lo ricordo; quando la guardavi ti brillavano gli occhi, manco avessi la febbre.»

Si alza e un sorriso gli attraversa il volto; ripensare a loro tre bambini ha stemperato un po’ il suo dolore, trasformandolo in una dolce e ovattata malinconia. «Lunedì sera, quando tornate, venite a cena da me. È tanto che non mi metto ai fornelli e sento la mia arte culinaria scalpitare; vi faccio le lasagne se vi va.».

Sergio accetta volentieri l’invito dell’amico e si alza, a sua volta, per entrare in casa.

Martino si incammina verso il cancello e, prima di schiuderlo, si gira ancora una volta a guardare Sergio che gli sorride, fermo al centro del cortile. Lo saluta agitando la mano, senza immaginare che, dopo quella sera, non lo rivedrà mai più.

pensato e scritto oggi da Camil
commenti (2)¦ commenti (2)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : romanzo, ultima estate

giovedì, 28 giugno 2007, ore 09:12

Nicola, con le mani tremanti, estrae lentamente i fogli dalla busta; per un istante vorrebbe lasciar perdere e dimenticare tutta quella orribile storia ma poi si fa coraggio e procede; nonostante il cuore gli batta all’impazzata.
Prende in mano il rosario e lo stringe con forza; nel suo animo si susseguono emozioni sempre più contrastanti. Vorrebbe riuscire a odiare Don Nino con tutte le sue forze, ma l’orrore per ciò di cui l’uomo si è reso colpevole, si scontra, nel suo cuore, con un profondo sentimento di pietà per il dolore che il vecchio deve aver provato, tanto da non trovare altro rimedio, che il delitto, per placare le sue sofferenze.
Si affacciano alla sua mente i ricordi di tante serate infantili, passate con la madre che lavorava a maglia davanti al camino e Don Nino, seduto con lui al tavolo della cucina, che lo aiutava con i compiti. Ricorda che l’uomo lo guardava sempre con un misto di tenerezza e orgoglio, che riempiva di gioia il cuore del bambino.
Nonostante la madre cercasse di stargli accanto il più possibile, Nicola aveva terribilmente sofferto per la mancanza del padre. Invidiava enormemente gli altri bambini che avevano un papà e le sere in cui il parroco, dopo cena, passava da casa loro per un saluto, erano le sue preferite; gli sembrava, finalmente, di essere un bambino come tutti gli altri, con una mamma e un papà che gli stavano accanto e lo amavano.
Non aveva mai conosciuto il suo vero padre e Don Nino, con la sua gentilezza e le attenzioni che gli dimostrava, era quanto più si avvicinasse, per lui, ad una figura paterna.
Gli riusciva ancora difficile credere che l’uomo potesse, davvero, essersi trasformato in un assassino, nonostante la sua colpevolezza fosse ormai evidente. Non riusciva a immaginare alcun motivo che potesse aver spinto il vecchio a uccidere la madre, e l’idea che in quella lettera potesse esserci la risposta ai suoi dubbi lo terrorizzava profondamente. 
Guarda fuori dalla finestra e sospira intensamente, facendosi forza. Cercando di tenere il più possibile a freno il tremito incessante che gli percorre i polsi, distende i fogli e comincia a leggere:
Caro Nicola,
ti scrivo questa lettera perché, purtroppo, nonostante i miei migliori propositi, il mio cuore ha dimostrato, una volta ancora, di essere estremamente vile e il discutere con te di argomenti così importanti, è una prova troppo grande per la sua meschinità.
Ti chiedo di perdonarmi per questa mia profonda debolezza, oltre che per tutto il resto. È tale il mio desiderio di metterti al corrente di quanto accaduto che, ora, che ne ho la possibilità, le parole si sovrappongono nella mia mente rendendomi confuso e inconcludente; cercherò di essere il più chiaro possibile, quindi comincerò dall’inizio; sperando di non annoiarti. Tutto ha avuto inizio molti anni fa, ben prima della tua nascita; all’epoca ero un giovane seminarista, col cuore tormentato da molteplici dubbi. A mia discolpa posso dire solo che la carriera ecclesiastica non era stata una mia scelta, sostenuta da una profonda vocazione; allora, purtroppo, la vita era molto più dura di quanto non lo sia oggi e la mia famiglia era molto povera. L’ingresso in seminario, spesso, era l’unico modo per poter permettere ai figli un degno avvenire. Così fu nel mio caso. Devo ammettere che, nonostante la mia iniziale mancanza di entusiasmo, mi abituai facilmente alla vita in seminario e agli innumerevoli vantaggi che presentava; la lontananza da casa, quindi, non mi pesava particolarmente. Mi limitavo a tornare a Castellazzo per le vacanze estive e fu proprio durante una di quelle estati che tutto ebbe inizio. Loricordo come fosse ora; durante la messa della domenica, notai, tra le altre, una giovinetta, la cui grazia mi colpì profondamente: era bella come una rosa ed ugualmentedelicata. Nonostante facessi di tutto per non pensare a lei, i suoi fluenti capelli scuri e il diafano pallore della sua carnagione tornavano a presentarsi, con insistenza, alla mia mente, senza darmi respiro. Ti lascio immaginare la mia sorpresa quando, un giorno, dopo la fine della funzione, lei venne verso di me e, sorridendo, si presentò. Il suo nome era Ines ed era la figlia maggiore dei nostri vicini di casa; l’ultima volta che avevo avuto occasione di vederla era poco più di una bambina e adesso, solo un paio d’anni più tardi, si era trasformata nella donna più bella che avessi mai visto. Quell’estate ebbe inizio tra noi una meravigliosa amicizia che, con l’andar del tempo, si sarebbe trasformata in un sentimento più profondo da parte di entrambi. Per qualche anno il nostro rapporto si limitò al condividere lunghissime passeggiate durante le estati che trascorrevo al paese e ad una fitta corrispondenza durante il resto dell’anno, senza che nessuno dei due osassetrasformare quell’affettuosa amicizia in qualcos’altro. Entrambi eravamo consci degli ostacoli che il resto del mondo avrebbe posto al nostro legame, dell’atroce scandalo che avrebbe travolto le nostre famiglie e, per tali motivi, decidemmo, ambedue, di soffocare i nostri sentimenti. Purtroppo però, come saprai, non sempre, è possibile lasciarsi guidare unicamente dal buonsenso e dalla razionalità ed, infatti, l’estate successiva, malgrado i nostri buoni propositi, successe quel che era prevedibile. Nonostante sapessimo che l’amore che ci legava l’uno all’altra era un orrendo peccato, complice la giovinezza, cedemmo al richiamo dei sensi, condannando così le nostre anime per l’eternità.
Vani furono i tentativi che facemmo per restare distanti dopo quanto era accaduto e continuammo per lungo tempo a portare avanti di nascosto la nostra peccaminosa relazione.
Nel frattempo presi i voti e venni trasferito definitivamente a Castellazzo. È inutile dire che la relazione tra me e Ines continuò più intensamente di quanto accadesse prima, alimentata dall’improvvisa vicinanza.
Posso immaginare la tua riprovazione nel leggere queste mie parole ma voglio rassicurarti, dicendoti che ho amato profondamente quella donna bellissima e che il legame che mi univa a lei è sempre stato contraddistinto da enorme rispetto e da vero amore; per quanto sono perfettamente conscio che ciò non mi giustifichi minimamente di fronte a Dio. Come ho già detto, amavo profondamente e teneramente Ines e, proprio per rispetto dell’amore che mi legava a lei, non ho voluto abbandonarla quando, infine, successe l’irreparabile. Venne una notte da me in canonica, sul viso un’espressione che non avrei mai dimenticato e mi comunicò che Dio ci aveva concesso la gioia di diventare genitori. Venni travolto da miriadi di emozioni contrastanti; una parte di me avrebbe voluto fuggire con lei e nostro figlio e ricominciare una nuova vita lontano da tutti e tutto ma, l’altra parte, non poteva fare a meno di pensare allo scandalo e a tutte le difficoltà che avremmo potuto incontrare; nel frattempo era, infatti, scoppiata la guerra e la vita era sempre più difficile. Come avrei potuto mantenere una famiglia senza un lavoro? A complicare la situazione, vi era il fatto che in paese si cominciasse a fare insinuazioni riguardo alla natura della nostra relazione; proprio per questo motivo il vescovo decise di trasferirmi per qualche tempo in un altro luogo. Puoi immaginare il mio rammarico nel dover abbandonare la donna che amavo, proprio nel momento in cui ella aveva maggiore bisogno di me. Intanto la condizione di Ines cominciava a farsi evidente e la situazione si faceva sempre più intricata, finché un giorno mi scrisse dicendomi che aveva trovato una soluzione. Ines aveva, infatti, una sorella minore a cui era molto legata; lei e il marito, purtroppo, non potevano avere figli, nonostante li desiderassero dal profondo del cuore. La soluzione migliore sembrò, quindi, quella di fingere che il bambino non fosse figlio di Ines, bensì della sorella. Ines soffrì molto per questa decisione, ma mi scrisse che era la migliore possibile per il bambino, in quanto gli avrebbe dato modo di comparire all’anagrafe come figlio legittimo, evitandogli notevoli difficoltà. Allora, purtroppo, la morale era molto più rigida di quanto non sia oggi e l’essere un figlio illegittimo(di un prete, per di più), era una croce che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Ovviamente il bambino non avrebbe mai dovuto conoscere la verità riguardo alle sue origini; io e Ines ci impegnammo a mantenere il segreto e, alla nascita, il bambino venne registrato come figlio della sorella.
Poco più di un anno dopo, forse perché, nel frattempo, le acque parevano essersi calmate, mi fu concesso di tornare in paese ed ebbi così modo di vedere mio figlio per la prima volta. L’emozione che provai, nel vederlo, fu quanto di più intenso ebbi modo di sperimentare nella mia vita; mi resi subito conto che fingere che quel bambino non fosse mio, sarebbe stato estremamente difficile ma, per amor suo, decisi di farmi da parte e dargli la possibilità di crescere nel miglior modo possibile. Ines, invece, non riusciva a darsi pace e, mano a mano che il tempo passava, per lei diventava sempre più difficile placare il suo istinto materno. Soffriva orribilmente nel vedere suo figlio crescere chiamando mamma un’altra donna; divenne sempre più triste e sconsolata e a nulla valsero i miei tentativi di farle capire che il nostro sacrificio era un immenso atto d’amore nei confronti di nostro figlio. Non riuscì mai a riprendersi del tutto, finché, una notte decise di compiere il più orribile dei peccati. Quella notte, avremmo dovuto incontrarci fuori dal paese per discutere di cosa fosse meglio fare riguardo al futuro del bambino ma, purtroppo, a causa di un guasto al motore, ritardai e quando, infine, arrivai sul luogo del nostro appuntamento, era troppo tardi. Ines aveva deciso di porre fine alle sue sofferenze, gettandosi nel fiume. Non vi era più nulla che potessi fare per aiutarla, così, colto dal panico, fuggii, trascorrendo i giorni successivi lontano da tutti, portando il lutto per quella donna così speciale e così fragile che avevo tanto amato. La sua perdita fu, per me, un dolore terribile, da cui non riuscii mai a riavermi del tutto.
Probabilmente è proprio a causa di quella notte orribile che ora ti sto scrivendo; malgrado sia passato così tanto tempo, non posso più tacerti la verità. Lo devo a Ines, la sola donna che io abbia mai amato, il cui unico desiderio era che tu, prima o poi, avresti rivolto a lei uno dei tuoi dolcissimi sorrisi, chiamandola col nome più bello del mondo: mamma…
Ti prego di perdonarmi, figlio mio, per averti nascosto la verità così a lungo; mille volte avrei voluto raccontarti di tua madre e dell’amore immenso che provava per te, ma la donna che ti aveva cresciuto al posto suo me l’ha sempre impedito. Ora anche lei non c’è più e nulla può più ostacolare la mia confessione; ti chiedo nuovamente perdono, Nicola, sperando che tu possa avere pietà di un povero vecchio, il cui unico desiderio è quello di trascorrere almeno gli ultimi anni della propria vita accanto a suo figlio. Spero che tu possa perdonarmi per i terribili errori che ho commesso lungo l’arco della mia vita, non avrei mai voluto farti soffrire, devi credermi.
Con immenso cordoglio,
tuo padre
Tremando, poggia i fogli che ha appena finito di leggere sul ripiano della scrivania e, mentre le lacrime velano senza sosta i suoi occhi, lentamente si alza e abbandona la stanza.
pensato e scritto oggi da Camil
commenti (6)¦ commenti (6)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : romanzo, ultima estate