Davide camminava per la strada.
La nebbia nascondeva tutto, le case, le strade, i negozi; nascondeva quel quartiere sempre uguale e forse riusciva a renderlo un po' speciale, un po' misterioso, anche agli occhi di Davide che ci viveva da sempre e che lo odiava.
Si, Davide odiava quel quartiere, quei palazzi alti, quelle strade buie...suo nonno, prima di morire, gli diceva sempre che prima (ma prima quando?) al posto degli uffici c'erano prati, c'erano fossi...
«Noi bambini li saltavamo e prendevamo le rane»
...c'erano i campi, gli alberi da frutto...ma Davide non ci credeva, lì c'erano solo i palazzi degli uffici e il supermercato.
Lì non c'erano prati e mai ci sarebbero stati.
Non c'erano bambini che correvano. C'erano solo bambini che rubavano autoradio, bambini che picchiavano i più deboli, dodicenni freddi e calcolatori, quattordicenni tossici...come potevano ridere i bambini dove ora altri bambini giocano con la morte?!
Era tutto un sogno del nonno, un delirare geriatrico, una fissa da arteriosclerotico. Davide non ci credeva, non poteva crederci. Era nato, viveva e sarebbe morto nel grigio, nell'asfalto, nell'infido e gelido ventre della periferia.
Davide si siede sul muretto dei giardini dietro la fermata dell'autobus, aspetta Sandra, la sua ragazza. E’ in ritardo, è sempre in ritardo...si accende una sigaretta.
Non c'è nessuno ai giardinetti. Il cartello con sopra scritto parco-giochi è stato strappato, adesso giace sul prato come uno strano fiore...
«Sta' meglio così in fondo» pensa Davide mentre getta via la sigaretta «Anche i giochi sono rotti, alcuni anche bruciati; non c'è mai nessuno su quei giochi. Sono dei giochi morti»
Era tutto morto nel quartiere. Anche le persone, sempre di fretta, sempre nervose, sempre prese solo a fare soldi. Davide di soldi non ne aveva molti, erano in sei in casa, suo padre era in cassa integrazione da due anni, sua madre si spaccava la schiena a fare pulizie negli uffici, due fratelli disoccupati, l'altro spazzino, pardon, operatore ecologico e lui studente, si, lui studiava, studiava ma per cosa?!
«Studio da disoccupato» pensa e un sorriso amaro si pone sul suo viso. A lui piace studiare, non è una secchia, no, a scuola ha appena la sufficienza, non è quello; gli piace sapere le cose, gli piace parlarne. Solo...non ha nessuno con cui farlo.
Sandra arriva in mezzo ad un gruppo di amiche, sono tutte uguali: stessi vestiti, stesso taglio di capelli, stesso tono di voce e stesso cervello.
Si, uno in sei, se lo passano a turno. Ora è il turno di Sandra.
Le amiche decerebrate si siedono su una panchina, Sandra avanza verso di lui.
Si siede sul muretto. «Ciao.»
«Ciao.»
Toni annoiati, voci da vecchi: hanno diciotto anni.
Sono seduti e parlano. No, non insieme, parlano e basta.
Davide parla del tempo che fa schifo, Sandra parla della nuova boy band in circolazione.
Davide parla del quartiere che fa schifo, Sandra parla di vestiti.
Davide parla della sua vita che fa schifo, Sandra parla dell’ultima edizione del Grande Fratello.
Davide se ne va, Sandra continua a parlare.
Davide cammina ancora per il quartiere.
E’ sera ormai, dalle finestre si sente rumore di piatti, di famiglie riunite per la cena, di sigle televisive, sono le otto.
Tutto il mondo si rimbambisce davanti al più gettonato programma di quiz dell'Universo, presentato dal solito ipocrita ultranovantenne col sorriso smagliante e il parrucchino.
Davide non ce la fa più. Davide si sente solo. Davide è solo!
Sale su un autobus, non ha il biglietto, è normale.
L’autobus parte, Davide guarda il quartiere e si giura di non tornarci mai più, non lo farà, come al solito.
Davide deve fuggire, si sente male.
Sull'autobus non c'è quasi nessuno: una vecchietta, due ragazze, un barbone. Ed è il barbone ad avere lo sguardo vivo, l'unico è lui.
Davide vorrebbe chiedergli qualcosa ma questi scende e s'allontana nella nebbia.
Daniele guarda lo schermo del computer, rilegge le ultime frasi del suo libro, si alza...si sente strano.
Scrivere di Davide, dell'Italia del 2006 gli ha messo addosso una malinconia assurda.
«Non so se ho fatto bene, forse non avrei dovuto accettare»
Parla della proposta di Max, il suo editore. Avevano trovato il diario di Davide, ancora scritto su carta, un reperto, e Max gli aveva proposto di scriverci sopra un romanzo. Aveva accettato. Ma aveva fatto bene?! Scrivere di quel ragazzo di due secoli prima lo rendeva inquieto...la solitudine di Davide, la sua fragilità, la violenza dell'epoca in cui viveva lo lasciavano stordito.
Tornò nello studio.
Rilesse gli appunti che aveva tracciato mentre leggeva il diario di Davide, gli altri punti che avrebbe dovuto toccare col suo romanzo: il razzismo, la corruzione, la povertà, l'inquinamento, le guerre, il...
Daniele si alza di nuovo. Perché lui, affermato scrittore, si lascia coinvolgere emotivamente dalla storia di quel ragazzo?! Forse perché pensa a suo figlio Mattia, di dieci anni, e sente che se fosse nato due secoli prima avrebbe tranquillamente potuto essere Davide...
Daniele entra nella camera di suo figlio, questi dorme coi riccioli che si posano sul cuscino ad ogni respiro, Daniele lo bacia, torna nello studio. Guarda lo schermo del computer, non se la sente; non riesce più a scrivere di Davide, c'è troppo dolore, troppa indifferenza intorno a lui.
Daniele non può accettare che la società di due secoli prima sia stata così crudele con un ragazzo...improvvisamente prende una decisione: il suo non sarà più un romanzo storico sociale; no, sarà un romanzo di fantasia; nel suo romanzo Davide non sarà un disoccupato, non vedrà i suoi amici rovinarsi con la droga inseguendo chissà quale sogno, Davide non morirà a ventisette anni di Aids. No.
Davide avrà la possibilità di una nuova vita in un mondo diverso dal suo, in un mondo dolce, in un mondo dove ciò che conta sarà l'uomo, non il potente.
Daniele darà a Davide l'occasione che questi non ha mai avuto.
Cade la pioggia sulla Grande Città, Daniele si siede al computer e comincia a scrivere...
...Davide dal passato lo ringrazia.
Ha appena finito di nevicare e il cielo è così terso da sembrare irreale; Martino cammina lentamente, beandosi del manto ovattato che sembra aver ricoperto tutto il paese. Sotto la neve, Castellazzo sembra uno di quei borghi da cartolina, con i tetti ricoperti dalla neve e i camini, dentro le case, accesi a rischiarare le finestre. Quell’anno ha fatto molto freddo e la neve ha cominciato a cadere solo verso la fine di Febbraio. Martino ne era felice, la neve gli era sempre piaciuta e lo aiutava a sentirsi un po’ meno malinconico.
Mentre procede verso casa dell’Annina, ripensa agli avvenimenti successi durante l’estate e a come le cose, in paese, fossero cambiate da allora.
Gli omicidi della Chiarina e del Riccardo della Ca’ Matta avevano sconvolto profondamente gli abitanti di Castellazzo e, per molto tempo, la tranquillità che, prima, si era soliti respirare in paese non era stata che un vago ricordo. Ora sembrava che le cose stessero un po’ migliorando: la gente pareva tornare a sorridere come faceva prima di quei terribili fatti; come se, il passare del tempo avesse cancellato, almeno in parte, l’orrore provato da tutti nello scoprire che, tra di loro, si nascondeva un feroce assassino.
Nicola, subito dopo le esequie di Don Nino, era tornato in Francia con la moglie e nessuno ne sapeva più nulla; la casa della Chiarina era stata messa in vendita, tramite un notaio, ma nessuno l’aveva ancora acquistata.
Don Sabino, profondamente turbato per quanto era successo, aveva deciso di partire missionario e, in paese, era arrivato un nuovo parroco; nessuno gli dava molta confidenza, però.
Sandro era partito a fine Settembre per Madrid; ogni tanto scriveva, decantando a Martino le bellezze dell’Erasmus e delle ragazze spagnole. Aveva promesso che sarebbe tornato a Maggio, per il matrimonio tra lui e Sara, e Martino ci sperava proprio; era il suo testimone.
Sergio e l’Annina non avevano mai partecipato a quella famosa cena a base di lasagne; tornando da casa del padre, Sergio si era sentito male per l’ultima volta ed era spirato poco dopo essere arrivato in ospedale.
Anna non era più tornata a Castellazzo, fino ad ora. Un’ora prima lo aveva chiamato, avvertendolo del suo arrivo, e lui era uscito, in fretta e furia, per precipitarsi da lei.
Martino accelera il passo; ormai casa dell’Annina è di fronte a lui e ha davvero voglia di rivederla, dopo tutto quel tempo.
Il cancello è accostato e lui entra nel cortile; la cinquecento bianca di Anna è parcheggiata al solito posto e Martino sorride, felice.
Bussa e la ragazza gli apre la porta, sorridendo, bella come non mai. Non gli lascia tempo di dire nulla e gli si getta al collo, scoppiando a piangere. Martino la tiene stretta, carezzandole dolcemente i capelli.
Quando, finalmente, sembra essersi calmata, Martino la scosta lentamente da sé e, tenendola per le mani, la osserva da capo a piedi, incredulo, sentendo una corrente di gioia pura attraversarlo come una scossa elettrica.
Se possibile, la ragazza è ancora più bella; i capelli rossi sciolti le incorniciano il viso, facendo risaltare gli occhi, verdi come smeraldi. Indossa un paio di jeans e uno dei maglioni preferiti di Sergio, che, per quanto le stia largo, non riesce a nascondere il pancione sottostante.
Martino scoppia a piangere, commosso. «Oh Anna, mio Dio…»
Lei gli sorride, raggiante.
Entrano in casa, Martino si siede sulla prima sedia che gli capita nelle vicinanze. «Oh Anna, è così bello! Quando prima mi hai parlato di una sorpresa, non immaginavo…»
Anna sorride, accarezzandosi il ventre. «Ho fatto in tempo a dirglielo, sai? Era così felice…»
Restano in silenzio; Martino seduto, Anna in piedi accanto a lui, mano nella mano. E per un attimo, quando i loro sguardi si incrociano di nuovo, pieni di gioia, è come se, nella stanza, ci fosse anche Sergio, insieme a loro.
Parlano ininterrottamente per tutto il pomeriggio, raccontandosi a vicenda gli ultimi mesi; lasciando che il dolore scivoli via, lontano da loro; bandito dalle loro voci emozionate che si rincorrono senza sosta per la stanza.
Si dimenticano persino di cenare, tanta è la gioia di essere di nuovo insieme ad affrontare la vita, uniti come sempre, mentre fuori si scatena il temporale e la pioggia li nasconde al mondo, quasi a volerli proteggere; forgiando un rifugio solo loro, dove poter sanare in pace le proprie ferite.
Tacciono per un istante, senza smettere di guardarsi, poi Martino sorride, mentre sussurra piano all’Annina: «A volte, quando piove, ho la sensazione che Sergio sia lì, proprio accanto a me; come se, alzando gli occhi, potessi incontrare di nuovo i suoi occhi castani che mi fissano sorridenti.» Allunga lentamente una mano e la poggia con dolcezza sul ventre di Anna. «Ancora qualche mese e poi, chissà, magari accadrà davvero.»
Sergio siede in giardino su una vecchia panca, guardando il crepuscolo colmare il cielo di Castellazzo con mille differenti tonalità purpuree. È uscito dall’ospedale quasi da due settimane ormai e da allora, ogni sera, si mette seduto in giardino, aspettando l’istante in cui il tramonto deciderà di manifestarsi di nuovo, in tutta la sua incredibile magnificenza.
Ormai gli resta davvero poco e non vuole rischiare di perdere nemmeno un attimo di quel meraviglioso miracolo che è la vita. È come se ogni tramonto, ogni fiore, ogni raggio di sole che incontra il suo sguardo, potesse donargli un secondo di più; potesse rimandare, anche di poco, il momento in cui i suoi occhi smetteranno di vedere, il suo cuore di battere e la vita comincerà a scivolare via da lui a poco a poco, trascinando la sua anima in un tacito oblio senza ritorno.
Inaspettatamente, ogni giorno che passa, l’idea della morte lo spaventa sempre meno; come se sentisse che la sua vita è stata abbastanza anche così.
«Ho seguito i miei sogni senza indugi, ho sbagliato senza possibilità di appello, ho amato senza chiedere nulla in cambio, ho avuto paure, ho avuto sorrisi, ho avuto milioni di risate; ho avuto affetti, e nemici, che non mi hanno mai abbandonato; ho avuto giornate no, in cui il mondo sembrava avermi preso di mira, e giornate sì, in cui una divinità benefica sembrava avermi in palmo di mano; ho avuto notti senza fine, canzoni e poesie indimenticabili; ho avuto buoni libri da leggere e buon vino per dissetarmi; ho avuto un grande amore che ha guidato la mia vita e buoni amici con cui condividere i pensieri; ho avuto grandi soddisfazioni e delusioni cocenti…ho avuto tutto quello che ho sempre desiderato avere, e se anche vivessi mille anni ancora, la mia vita non potrebbe essere più compiuta di quanto già non sia in questo preciso momento.»
Martino attraversa il cortile e gli si siede accanto; Sergio gli sorride, indicandogli il tramonto che, a poco a poco, si oscura, lasciando il posto alla sera.
Martino sorride a sua volta. «È bellissimo, oggi.»
Rimangono in silenzio qualche minuto, gli occhi di entrambi fissi sul cielo cangiante, poi Martino comincia a parlare; è troppo difficile per lui restare in silenzio accanto all’amico.
«Mi ha chiamato Sara prima; venerdì, dopo l’esame, prende il treno e arriva. Si ferma qui fino all’inizio delle lezioni. Tu e Anna invece quando partite?»
«Domani mattina. Ho provato a insistere ma non vuole sentire ragioni; si è messa in testa che devo assolutamente andare a trovare mio padre.»
Martino tentenna. «Beh dai, non ha tutti i torti.»
Sergio scoppia a ridere. «Lo so, lo so benissimo. Solo che, da quando i miei si sono separati, i rapporti tra me e mio padre sono praticamente inesistenti. Non ce l’ho con lui, per carità; ha una nuova vita, una nuova moglie, dei nuovi figli, fa benissimo a viverla il più intensamente possibile. Lo farebbe chiunque al suo posto, io per primo. Torniamo lunedì al massimo, però.»
Martino sospira, pensieroso. «Guarda il cielo, si è già fatto scuro; si vede proprio che è già cominciato l’autunno.» Si interrompe per un attimo poi prosegue, con voce tremante. «È appena finita la nostra ultima estate insieme, ci pensi? Ancora non riesco a crederci…»
Sergio gli cinge le spalle. «Ci penso, ci penso in continuazione. L’ultima di tante estati passate uno al fianco dell’altro, fin da quando eravamo piccoli…eri un bambino proprio musone, sai?»
L’amico sorride, malgrado le lacrime che gli scorrono sul viso. «Ha parlato quello che diventava rosso ogni volta che doveva entrare in negozio a chiamarmi, manco mio padre fosse Barbablù.»
Si cercano con gli occhi, commossi. Dopo un po’, Martino si volta verso la casa dove Anna sta finendo di preparare la cena.
«Eravamo proprio due bambini sfigati, menomale che c’era l’Annina a difenderci dai ragazzini più grandi.»
Sergio scoppia a ridere. «Già, era davvero una peste. In paese non c’era nessuno che facesse a botte così spesso; era proprio un bellissimo maschiaccio…già allora ne ero perdutamente innamorato.»
Martino acconsente. «Me lo ricordo; quando la guardavi ti brillavano gli occhi, manco avessi la febbre.»
Si alza e un sorriso gli attraversa il volto; ripensare a loro tre bambini ha stemperato un po’ il suo dolore, trasformandolo in una dolce e ovattata malinconia. «Lunedì sera, quando tornate, venite a cena da me. È tanto che non mi metto ai fornelli e sento la mia arte culinaria scalpitare; vi faccio le lasagne se vi va.».
Sergio accetta volentieri l’invito dell’amico e si alza, a sua volta, per entrare in casa.
Martino si incammina verso il cancello e, prima di schiuderlo, si gira ancora una volta a guardare Sergio che gli sorride, fermo al centro del cortile. Lo saluta agitando la mano, senza immaginare che, dopo quella sera, non lo rivedrà mai più.